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I Top Gun del Teatro. Gerarchia e sessismo.

Giuliana Musso
26 ago
Tempo di lettura: 4 min

I Top Gun del Teatro. Gerarchia e sessismo.

Commento pubblicato su Fb il 16 Dicembre 2025

 

Mi permetto di aggiungere qualche riflessione personale intorno al caso di abuso sessuale perpetrato ai danni di giovani attrici da parte di un famoso regista/direttore. Un “top gun” (come li chiamo io) del mondo teatrale italiano. Fatti denunciati da due valorose donne con il sostegno di altrettante valorose associazioni di categoria che da anni si battono per fare emergere abusi, discriminazioni e ingiustizie su base sessista.

Sul fatto specifico, oltre alla mia gratitudine e stima per chi ha intrapreso questa battaglia legale, non ho nulla da dire perché non ho mai conosciuto il signore condannato, né ho mai lavorato nel teatro da lui diretto e, si badi bene, a sua volta condannato per non avere impedito i comportamenti lesivi del proprio regista/direttore. Ora leggo la risposta della signora che attualmente rappresenta il teatro e che ha lavorato fianco a fianco per anni con l’abusante: “non c’ero, se c’ero dormivo”. Va bene. Prendiamo atto.

Quello che posso dire e testimoniare in prima persona è che il nostro mondo è impregnato fino alla radice di una subcultura maschilista vetero-patriarcale. La violenza sessuale e il caso giudiziario di cui ora si parla è solo la punta dell’iceberg: sotto la linea di galleggiamento c’è il “sistema” stesso che convive con un sessismo atavico.

I maschi di una certa età con una predisposizione all’abuso, gonfi del proprio potere economico e politico, sono ovunque e si muovono indisturbati. Forse pochissimi di questi, lo spero, arrivano a superare il limite dell’interdetto agendo una violenza diretta e denunciabile, ma tutti gli altri costituiscono la base bonaria che normalizza la cultura dell’abuso.

Il sessismo è un tratto distintivo di una certa mentalità dove la supremazia del maschile è solo una delle sue manifestazioni. Io in generale la chiamo cultura della “dominanza” (R. Eisler). Si distingue benissimo quando percepisci che i rapporti umani sono sostanzialmente rapporti di forza: estremamente gerarchizzati, clientelari, sadomasochistici, manipolativi, cinici, opportunisti. In questi contesti il potere di “essere qualcuno” annienta in un nano secondo l’”essere”, sia di chi lo subisce sia di chi lo esercita. In altre parole: se l’interazione avviene sulla base della gerarchia del potere fine a sé stessa, allora il valore reale di ogni persona finisce nel nulla (ma avevo scritto “nel cesso”). Un’interazione professionale e artistica condizionata, plasmata a favore di una sottomissione automatica ad una leadership di questo tenore, annulla il potenziale generativo e positivo del lavoro di tutti, compreso quello di chi a questa pseudo cultura della dominanza si piega.

E poi c’è la catena del danno. Vessati vessiamo. Subiamo, ci adattiamo, e dunque facciamo subire. A questo meccanismo prendono parte anche le donne, o i giovani apprendisti, che riescono poi a scalare la gerarchia della dominanza collocandosi all’interno della splendida “cricca”.

Ho recentemente vissuto sulla mia pelle ciò di cui mi sto riempiendo la bocca in un paio di situazioni diverse. Niente di grave: normale abuso di potere interpersonale, irrazionale ed inutile maltrattamento lavorativo e svalutazione della mia identità professionale. Avere 55 anni, una carriera artistica ai margini del sistema e ben protetta da una dimensione artigianale del lavoro, in contesti produttivi solidali e umani, mi consente oggi di poter cogliere all’istante l’approccio arrogante e maschilista di certi personaggi “top gun”.  Anzi, e qui mi viene da ridere, sono loro che avvertono all’istante che con me non c’è “trippa per gatti”, come avrebbe detto mia suocera, appena entro nella stanza. Da come dico “buongiorno direttore” percepiscono un disagio inspiegabile, e sulla base di questa immediata percezione mi si etichetta in quattro e quattr’otto come persona disturbante ed arrogante. Quante volte mi è stato riferito che sono considerata una persona “problematica”! E a nulla vale che il mio lavoro possa essere il più collaborativo, disponibile, onesto ed efficace del mondo. La sostanza non conta! Siamo già entrati nel campo dell’irrazionale, la realtà non conta. Conta solo dimostrare che quel potere ridicolo... e qui mi riferisco al genere di potere che ho descritto prima, non alla leadership in quanto tale, che invece è una cosa seria e, se attuata con responsabilità e onestà, ha tutta la mia ammirazione... Dicevo: conta solo dimostrare che quel potere ridicolo tu lo rispetti e lo confermi. Come lo confermi? Sorrisi, tanti sorrisi. Infiniti ringraziamenti. Una femminilità rassicurante che celebri il loro attempato ma ancora vibrante fascino maschile, e poi minuti, se non ore, ad ascoltare autonarrazioni sul loro prestigio. Ah! Soprattutto bocca chiusa, mai sollevare perplessità, mai cercare l’interlocuzione, farsi insegnare persino il proprio mestiere con una umiltà possibilmente ostentata che rassicuri e generi lo spazio necessario alla loro ossessiva auto-affermazione. Vi risuona? Mi fermo qui?

Spesso le donne attivano questa strategia di conferma e rassicurazione del maschio-capo (ma anche della donna-capo, se capita) per ottenere un po’ di considerazione ed andare avanti col lavoro. Ma è una strategia zoppa perché non può generare un autentico reciproco rispetto. Reciproco rispetto. Può esserci solo se si impostano le relazioni fuori dal tema del potere. Io ti posso rispettare solo se tu non mi imponi di ossequiarti. Chiaro? È la storia del Lear.

Per i top gun del teatro italiano, quelli gonfi e tronfi, e sono la maggioranza, fuori da questa collusione narcisistica non c’è possibilità di scambio. O mangi sta minestra o salti dalla finestra.

Saltare la finestra non è facile. Negli uffici ci si gioca lo stipendio, nei palcoscenici la carriera, nelle scuole di teatro il futuro. Io sono sempre stata una privilegiata: non ho dovuto più di tanto usare la finestra perché non ho nemmeno mai bussato alla porta. Nutro massima solidarietà per tutte le persone che non hanno avuto la mia fortuna.

Solutions?

Non so... so che ci sono uomini e donne che il potere lo gestiscono con responsabilità e umanità, andiamo a cercare quelli e quelle, riconosciamoli e sosteniamoli. Nei giorni più tristi guardiamo bene fuori dalla finestra: c’è qualcuno che ha fatto il salto e non gli è andata male, anche se non “calka le sciiiiene nazionaaali”.

Le fila del gruppo dei saltatori si stanno ingrossando, prendiamo forza da questa consapevolezza. Nutriamo la nostra dignità anche solo nel tono di voce con cui diciamo “buongiorno direttore”, il resto verrà. Sosteniamo convintamente la battaglia delle donne contro il maschilismo e gli abusi sessuali perché questa battaglia ci salverà tutti, ma tutti davvero.

 

 
 
 

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