Performing/Resisting/ Surviving
Keynote Speech per il congresso annuale AAIS - American Association for Italian
Studies.
University of Pennsylvania, Philadelphia, 14 marzo 2025.
Grazie infinite per questo invito. Parlare davanti a voi è una grande emozione.
Mi presento brevemente. Sono l’autrice e l’interprete, assieme a Maria Ariis, dello
spettacolo teatrale che fa parte del programma del convegno. Si intitola DENTRO.
Una storia vera, se volete.
Si può riassumere così: una donna cerca un’autrice teatrale, un artista, per proporle di
scrivere uno spettacolo nella speranza di dare un senso alla propria esperienza
personale, cioè quella di avere scoperto che il suo ex-marito ha abusato sessualmente
della loro figlia. Sul fatto ora si abbatte la rabbia e il silenzio della figlia adolescente e
un’indagine della polizia immediatamente archiviata per mancanza di prove.
Da questo incontro tra due donne, una madre consumata dal rimorso e una teatrante,
ha inizio la storia di Dentro.
Insieme le due donne per prima cosa dovranno ricostruire i fatti e la vicenda familiare.
La madre dunque, sollecitata dall’autrice, deve ripercorrere tutti i momenti, e sono
tanti, in cui avrebbe potuto scoprire quello che stava succedendo la notte a sua figlia,
deve ritrovare tutti i suoi appuntamenti mancati con la verità… e non solo con la
verità di quella bambina difficile, sempre arrabbiata, ma anche con la verità di un
matrimonio infelice in quella bella casa che bella non era per nulla.
Lo spettacolo ci mostra anche quale sia il metodo di ricerca del teatro d’indagine.
Oltre allo studio teorico (che può riversare il tema in un quadro più ampio e
universale) c’è la raccolta di testimonianza orali, che allargano lo spettro delle voci
presenti sul palcoscenico, articolando le riflessioni in direzioni inaspettate,
moltiplicano gli interrogativi. La narrazione diretta dell’autrice ingaggia il pubblico,
lo chiama a comparire nella storia, al suo fianco, come un testimone, un compagno di
viaggio. Il personaggio che io interpreto fa con il pubblico quello che la madre fa con
lei: un passaggio orale di conoscenza. Questa è la matrice del teatro di narrazione.
Testimoniare.
Tornando alla storia dell’abuso. La tesi iniziale dello spettacolo è che solo la verità ci può salvare. Questa verità, nella storia di DENTRO, sguscia tra le mani di tutti quelli che vi si avvicinano. Nessuno,
nemmeno la madre, riesce ad afferrarla. Ma nemmeno l’autrice. Nemmeno il
pubblico. La verità di un abuso tra le mure domestiche, se viene a mancare la voce
diretta della vittima, allora forse non è afferrabile? Davvero? O forse questo è l’esito
del tabù della violenza sessuale, dell’incesto, che agisce anche dentro di noi? A
questo punto il cerchio delle domande si stringe. Questa vicenda è piena di azioni
apparentemente innocenti che occultano la verità invece di svelarla. Avvocati,
psicologi, educatori, poliziotti… Tutti sicuramente si possono raccontare delle buone
scuse per preservare la propria coscienza. E noi? Ci arrabbiamo con quella madre
incapace e pavida, che non ha fatto il suo dovere. Noi, nei suoi panni, avremmo fatto
molto meglio di lei. Davvero?
Non vi dico null’altro dello spettacolo, di come va a finire la storia, perché sarà in
scena ancora stasera e domani e forse qualcuno di voi verrà a vederlo.
Quello che posso fare oggi è mettere in relazione il lavoro su questo spettacolo, e
l’esperienza del mio lavoro di teatro d’indagine, con il tema del nostro incontro.
Performing/Resisting/ Surviving. La violenza e la resistenza alla violenza.
Sulla violenza... così, in generale, quello che mi sento di dire è che si nasconde molto
bene ai nostri occhi. Dunque il primo passo è infilarsi gli occhiali giusti e riconoscerla
quando appare davanti a noi.
Lo strumento principale per attivare il riconoscimento di cui siamo capaci è la facoltà
dell’ascolto. Non mi riferisco all’ascolto che possiamo prestare all’altra persona, al
mondo che ci circonda (quello può avvenire dopo), ma all’ascolto di ciò che si muove
dentro di noi. Un ascolto che passa attraverso organi di senso che non stanno solo qui,
nella testa, ma nel corpo intero, dove si manifestano le emozioni.
“Ogni emozione staccata dai suoi sintomi corporei smette di esistere, diventa una
mera rappresentazione intellettuale, ora lo so.” Questa battuta è di un personaggio che
amo tantissimo e che ho scritto nel 2018, ispirato dalla Scimmia di Kafka.
Secondo me si tratta di rimettere nel giusto ordine i passaggi: da “comprendo quindi
sento” a “sento quindi comprendo”.
Per questo motivo io adoro il teatro perché ci consente di attivare il piano emotivo
assieme a quello dell’intelletto, e ci può fare accogliere la verità anche quando è complessa, paradossale, difficile da accettare. Il teatro ci allena a tenere aperto lo spiraglio
del cuore anche quando il cervello va a mille.
La migliore definizione di recitazione che io abbia sentito l’ha espressa un importante
neuroscienziato, Antonio Damasio, anche se lui ovviamente non parlava di teatro, ed
è questa: “il sentimento di ciò che accade mentre accade”.
Sul palcoscenico è indispensabile una sincera accettazione della propria condizione biologica, un ascolto di sé che racchiude simultaneamente emozione e pensiero. Insomma, quei pezzi che
la cultura patriarcale vuole con tutte le forze tenere separati e in un ordine gerarchico:
primo, più importante, il pensiero, poi l’azione e per ultimo, ma solo se incontenibile,
il sentimento.
Carol Gilligan, che non mi stanco mai di citare, dice che la facoltà di distinguere una
storia vera da una storia falsa risiede dentro di noi.
In Mio Eroe, uno spettacolo che ho scritto nel 2016 sul tema della guerra, ho scelto di
fare parlare tre personaggi in forma di monologo, tre donne. Sono madri di tre soldati
italiani, giovani, che sono morti nella guerra in Afghanistan negli anni 2010\2011.
Dalla voce di queste madri, il pensiero che nasce dal sentimento, riesce a smontare,
pezzo per pezzo, il mito dell’eroe. L’eroe che, come dice Valentina Mira nel suo libro
“Dalla stessa parte mi troverai”, ha quel “sangue che non vale niente se non lo versi”.
Per scrivere quello spettacolo, Mio Eroe, io ho davvero intervistato delle madri che
hanno perso i figli in guerra… e ho intervistato anche i padri. Entrambi i genitori
erano straziati dal dolore ma mentre i padri si potevano consolare nella retorica
dell’eroe - nell’idea del sacrificio del figlio per la patria e per un ideale - e mi
parlavano di medaglie e di cerimonie, le madri no. Nulla, ma proprio nulla, poteva
consolarle. Da questo dolore, anzi, solo da questo dolore inconsolabile si può
produrre un discorso attendibile sulla guerra, che dirompe e spazza via la retorica
manipolatoria e patriarcale che giustifica in ogni modo sé stessa e la propria sete di
sangue. Un discorso attendibile perché vede il vivente e lo difende interamente e
senza patteggiamenti.
I morti non sono numeri, non sono medaglie e non sono monumenti.
Guarda caso è il discorso più censurato nella storia del mondo, come la voce delle
madri. Alla madre dell’eroe morto, da sempre, e parlo di millenni, è consentito solo il
lamento, il pianto, non il pensiero, non la parola.
Allargando il concetto, si può intravedere il motivo per cui ogni discorso femminile,
fino ad una manciata di decenni fa, sia stato così fortemente censurato, silenziato in
tutti gli ambiti della società ed espulso dal mondo della cultura. Lo stesso motivo per cui ancora oggi quel pensiero può essere ammesso “in aula” solo se mutilato della sua
creaturalità – la sua capacità di vedere l’essere umano come creatura - e della sua
fonte emotiva radicata nell’esperienza del corpo.
È anche una questione di linguaggio allora? Sì. Lo è.
La madre di Dentro, che si chiama Roberta, non poteva vedere quello che succedeva
nella propria casa, perché a lei, fin da piccola, era stato insegnato di non confidare
nelle proprie percezioni, nel proprio sentire. Fin da piccola quella donna era stata
istruita al disallineamento con le proprie percezioni ed emozioni. Roberta infatti era
cresciuta in una famiglia in cui una madre isterica e maltrattante, dominava su tutti,
marito e figlie. La strategia di sopravvivenza di quella famiglia fu un adattamento
collusivo: minimizzare il danno (la mamma è un solo un po’ nervosa quando è
stanca), manipolare la realtà (siete voi bambine che la fate arrabbiare), gerarchizzare
le relazioni (chiedi scusa perché la mamma e il papà hanno sempre ragione),
svalutare i sentimenti (non c’è motivo di piangere, sei ridicola quando piangi). Quella
bambina, emotivamente manipolata, diventerà la madre cieca che non capisce cosa
sta succedendo alla propria figlia perché non conosce se stessa, perché ciò che
percepisce, per lei, non è mai valido.
Si resiste dunque, innanzitutto potendo riconoscere la violenza, nelle relazioni come
nel sistema sociale, e la si riconosce dando credito a ciò che sentiamo nel corpo,
rabbia e frustrazione comprese.
Poi si resiste anche recuperando pienamente quella che Gilligan chiama “la propria
voce” e con essa la capacità di rimettere al mondo la propria storia. E così contribuire
al suo raddrizzamento. Del mondo, intendo.
Non tutti ci riescono eh? A trovare la propria voce.
Credo che questa voce autentica per molti possa uscire fuori all’aperto e mettersi in relazione
con il mondo solo in circostanze particolari e quando almeno in parte il trauma è stato riparato…
L’idea che mi sono fatta intervistando ormai direi centinaia di persone in questi ultimi
25 anni è che quando si giunge al nucleo del trauma, se esso è ancora pulsante e vivo,
lì non ci sono più le parole. Ci sono lamenti e balbetii, silenzi. Difficile trovarla da soli
quella voce. È straziante a volte il processo di questo ritrovamento, è come scavare in
una miniera senza sapere se si troverà l’uscita, è come partorire. C’è bisogno di qualcuno che stia con te, nei pressi, in un’attesa paziente e testarda. Che ti aspetti, senza fare troppo rumore, fiducioso e attento, come una brava ostetrica.
Nel 2011\2012 ho scritto uno spettacolo che si intitola La fabbrica dei preti e per farlo
ho intervistato molti preti anziani sulla loro vita e la loro infanzia in seminario.
Gaetano era uno di questi anziani sacerdoti. Eravamo nella sua cucina, ero seduta al
tavolo mentre lui era in piedi appoggiato ai fornelli. Alla sua destra c’era una porta
che dava sul corridoio. Mi stava raccontando che quando era piccolo gli avevano
insegnato che la famiglia contava meno del seminario, e non poteva tornare a casa più
di due volte all’anno, però quando usciva per la passeggiata con i compagni, tutti in fila indiana per due, passavano proprio davanti alla sua casa. Dentro alla
casa stava sua madre che usciva fuori per salutarlo. Lui mi dice queste precise parole:
“vedevo mia mamma venirmi incontro sul marciapiede mentre io camminavo con gli
altri ragazzini nella fila”. A queste parole Gaetano di colpo si ferma, abbassa gli occhi
ed esce nel corridoio... dopo circa mezzo minuto rientra e riprende il racconto ma nello stesso punto mentre dice "vedevo mia mamma" di nuovo si interrompe ed esce dalla stanza. Tutto si ripete uguale ancora una volta finché riesce a concludere la frase: “Vedevo mia mamma che mi veniva incontro sul marciapiede… ma io non mi fermavo”. E poi lo ripete: “non mi fermavo”.
Ecco, abbiamo tutti bisogno di qualcuno che ci aspetti con pazienza, senza
imbarazzarsi, seduto al tavolo in silenzio, mentre noi troviamo la forza di non uscire
più dalla porta a piangere di nascosto, per poter dire tre parole, “quelle” tre parole:
“non mi fermavo”.
Ricapitolando.
1. Riconoscere la violenza. 2. Trovare la propria voce.
E per concludere io vi proporrei un’ulteriore e ultima strategia di resistenza.
La dico come mi viene, con una parola semplice: la condivisione.
Il gioco del patriarcato nel mondo si sta facendo duro, siamo nella fase di escalation
della violenza e della menzogna, arriverà presto all’apice, al momento di rottura di sé
stesso. Come il “panico di maschera” nella commedia dell’arte: troppe direzioni, di
qua, di là, troppo veloci, sempre più veloci e bum, il povero Arlecchino cade a terra,
morto stecchito… Dobbiamo fare in modo che il punto di rottura avvenga senza che
ci si faccia troppo male e farlo da soli è impossibile. A questo livello della faccenda,
quando il patriarcato e tutti i suoi fascismi, si mangiano la democrazia, è da sempre il momento
della resistenza collettiva che deve entrare in campo, quella del gruppo solidale.
Altro motivo per cui amo il teatro. A teatro, se il teatro funziona, smettiamo di essere
solo degli individui, diventiamo una comunità, o almeno ne facciamo esercizio
per il breve tempo dell’evento e per sempre nella memoria delle emozioni condivise.
È quello che stiamo facendo qui insieme, adesso. Siamo una comunità che si scambia
informazioni ed esperienze. Facciamo in modo che si solidifichi ancora di più questo
senso di comunità con un linguaggio che includa la narrazione dell’esperienza, del
sentire nel corpo, dei bisogni primari e della storia degli individui incarnati, viventi,
integri, non ideali, non astratti, che noi stessi e noi stesse siamo.
C’è un sentimento che il patriarcato eterno teme come la peste ed è la speranza. Non
teme la speranza del linguaggio del sacro, che sta sempre in un altro mondo e fuori dai corpi,
no, teme la speranza tipica delle donne che hanno facoltà di mettere al mondo creature, che
s’insinua tenace anche nella tragedia della storia umana, che continua a riversare
umanità nel mondo, anche grazie a dei corpi umiliati, colpiti, ma vivi… questa è la speranza che ci
rende audaci e determinati.
Ora ditemi quanta più speranza si riesce a generare se non stiamo da soli?
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