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La mia formazione

Giuliana Musso
4 giu
Tempo di lettura: 9 min

Aggiornamento: 26 ago

La prima esperienza con la recitazione risale alle scuole elementari. Frequentavo un istituto di suore a tempo pieno. I primi giorni di vacanza estiva, poiché a casa non vi era nessuno a cui affidarmi, io rimanevo sola soletta nell’istituto insieme alle suore. Erano gli anni in cui alla televisione parlavano sempre di Andreotti e di Craxi e io un giorno, per fare divertire le suore, ho cominciato a farne le imitazioni. Non ricordo cosa facevo dire ai miei Craxi e Andreotti, probabilmente delle frasi sconclusionate, perché le suore ridevano come matte. A volte Suor Alessandrina mi chiamava per fare le imitazioni davanti ad altri adulti che passavano di lì. 


Un altro ricordo risale all’epoca dei primi campi scuola con la parrocchia. Eravamo seduti in cerchio tutti assieme alla sera, a cantare con le chitarre, e io dovevo fare le imitazioni di Cochi e Renato, facendo al contempo sia Cochi che Renato. Il pezzo era breve ma aveva un discreto successo. Dell’adolescenza meglio non dire nulla, non è stata bella. 


All’età di 16 o 17 anni ho detto a degli amici: “non so se farò l’attrice, non credo, ma so che sono un’attrice.” Ricordo precisamente di averlo pensato e detto ma non ricordo il perché. Cioè perché tutto questo afflato per il teatro? In fondo io non avevo avuto grandi frequentazioni con i teatri, né avevo mai recitato a scuola o cose simili. Sì, da adolescente mi ero iscritta ad un corso di teatro in città (io abitavo in un paesino di periferia) ma in quel corso eravamo solo in due o tre e c’era un insegnante molto esperto che ci parlava di teatro, parlava e basta. Era un corso teorico, diciamo. Sì, avevo fatto una particina in uno spettacolo amatoriale, ma non ne avevo tratto grandi emozioni e subito dopo avevo mollato la compagnia.

Poi sono partita per un anno di studio all’estero e quando sono tornata, finalmente, il destino (che trova sempre la sua strada) mi ha fatto incontrare un insegnante di teatro geniale e, soprattutto, che non si limitava a parlare. Si chiamava (e si chiama) Stefano Rossi, aveva poco più di trent’anni ed era appena rientrato da Parigi dove aveva incontrato i grandi pedagoghi del tempo, tra cui Ariane Mnouchkine, Monika Pagneux, e dove aveva frequentato con intensità e successo la scuola di Philippe Gaulier. L’incontro con Stefano, senza che io ne fossi consapevole, mi ha regalato un imprinting sulla recitazione di immenso valore. Grazie ad un rivolo che stava passando per la mia piccola città di provincia, mi sono ritrovata a fluttuare anche io nel grande e meraviglioso flusso di quel lavoro sull’attore che scorreva pulsante nelle grandi capitali europee. Quell’idea di attore che attingeva dal teatro popolare e poi era declinata in diversi contesti, tutti più o meno ispirati dal lavoro di Lecoq: teatro fisico (analisi e scomposizione del movimento, ritmo, posture, punti fissi) e teatro d’improvvisazione (ascolto, complicità, dinamica, auto-drammaturgia, auto-regia) e poi maschera, clown, buffone, recitazione corale… E così io, tremando, in una piccola sala prove, con un gruppo sbilenco di aspiranti attori comici, scopro i famosi tre passi in scena e “avanti un altro!”. Un imprinting durissimo e bellissimo. Ad assaggiare quel cibo stupendo mi venne una fame insaziabile. E così trascorsi altri quattro anni a cercare insegnanti, per brevi workshop, in Italia e all’estero, che mi facessero scoprire la felicità della perdita di sé nel personaggio, la gioia ultima della totale vulnerabilità, del gioco di palco senza reti di sicurezza. 



Il mio primo spettacolo fu uno spettacolo comico e nacque con quei compagni di gioco vicentini sotto la guida di Stefano. Una storia corale di follie amorose, una comicità assurda e amara, dove il ritmo vinceva sulla logica, il piacere sul calcolo, e che alcuni definirono “poco italiana”. Iniziammo a frequentare le “borse dello spettacolo”, ritrovi di comici e cabarettisti per i piccoli palcoscenici, e vincemmo pure un premio, “Il Sarchiapone” della città di Cervia, dedicato a Valter Chiari, con una scena ambientata su un patibolo immaginario, in cui io e un mio compagno recitavamo in gramelot tedesco. Un’altra scena cult del nostro spettacolo, un corale senza parole, rischiò di finire perfino in diretta a Domenica In su Rai Uno. Facemmo le prove nello studio televisivo il giorno prima (dopo di noi toccava ad Antonio Rezza!) e ridevano perfino i cameramen ma la mattina dopo, scusandosi, ci dissero che il pezzo era bello ma poco italiano e ci rimandarono a casa con un assegno. Però andammo a Zelig, nel 1992, quando il locale era la base dei comici di “Su la testa”. Avevo 22 anni, bevevo tranquillamente delle birre con gli artisti che stavano facendo la storia della comicità italiana e mi pareva di essere in un mondo che mi apparteneva. Nel mentre, andavo a teatro a vedere gli spettacoli di prosa e mi sentivo estranea a quelle forme. Ho anche frequentato per tre mesi la scuola del teatro Verdi di Padova (oggi teatro Nazionale) e poi mi sono ritirata, per onesto disinteresse. Non faceva per me. 


Il cabaret di gruppo ad ogni modo era ancora un hobby, non consentiva nessun introito economico serio. Vivevo ancora a casa, un po’ mantenuta dal papà, un po’ con lavori saltuari di tutti i tipi, soprattutto la cameriera. Cominciava a farsi pressante l’urgenza di trovare un lavoro serio e mi propongo come impiegata in una ditta di oreficeria. Mi prendono “in prova”. Il capo era la perfetta maschera del direttore del circo, un essere odioso e maltrattante, mentre io ero il buon Augusto che più si impegna più combina guai. Quando dopo tre mesi mi propose un’assunzione a tempo indeterminato gli dissi che avevo altri progetti e me ne andai. Ma che progetti? Ma dove andare? Di fare l’attrice professionista non se ne parlava, troppo lontana da me l’idea della professione nel mondo del teatro italiano. Il cabaret, a parte quello di Aldo Giovanni e Giacomo, era già un cabaret principalmente di parola e io con le parole non sapevo proprio che farci. Il mio gruppo si era sciolto, i miei compagni erano andati all’estero a lavorare nei circhi. Ormai avevo 23 anni suonati… Va bene, farò l’insegnante di teatro, dura e pura.  Vado a studiare a Londra! Vado a fare la scuola di mimo di Desmond Jones o quella di impro di Keith Johnstone! Ci ero già stata a Londra, a fare dei workshops con il Théâtre de Complicité e mi era piaciuto tanto. Sembrava un buon piano. 


Per scrupolo, solo per evitare un futuro rimpianto, prima di andare all’estero, decido di provare ad entrare in un’accademia italiana. L’unica che mi poteva andare a genio era la Paolo Grassi di Milano. Mi metto a preparare i provini con estremo imbarazzo. Ora non mi ricordo bene come sia successo ma quell’estate, mentre studio il monologo della regina dei Persiani senza capirci nulla, incontro la Commedia dell’Arte. Mi ritrovo a Venezia in una sala bellissima in Giudecca e faccio un provino per sostituire una attrice canadese in uno spettacolo di una giovane compagnia, eredi della tradizione del gruppo storico TAG di Carlo Boso, i Pantakin.  Lo spettacolo è bellissimo, gli attori tutti geniali. Improvviso con un tale Michele Casarin che fa Pantalone, lui indossa scarpini da commedia, io gli anfibi. Qualche settimana dopo, lo stesso giorno in cui scopro, con enorme incredulità, di essere stata ammessa all’accademia di Milano, da Venezia mi dicono che la parte nel Trionfo di Zanni è mia. Questa storia finisce così: dopo quattro anni di scuola a Milano, mi diplomo, saluto tutti, torno in Veneto, e vado a fare la Commedia dell’Arte. 


Durante gli anni intensissimi della Paolo Grassi si aprono porte e portoni sulla recitazione che non avrei mai immaginato. Il destino (che trova sempre la sua strada) ha fatto sì che in quegli anni la direzione del corso attori fosse di Gabriele Vacis, l’unico regista che vagamente conoscevo, perché avevo visto tutti i suoi spettacoli con la compagnia FIAT Settimo Torinese. Gli unici spettacoli di teatro contemporaneo che mi fossero piaciuti davvero. (Ma ammetto che non ne avevo visti tanti, eh?) Alcuni di questi spettacoli del FIAT furono proprio indimenticabili, con attrici ed attori bravissimi. Così iniziai il percorso a Milano molto carica, nonostante le noiosissime lezioni di dizione e analisi del testo. (Nota: il lavoro sull’attore assaggiato tramite l’impring della pedagogia di Philippe Gaulier e ricevuto tramite Stefano Rossi, a Milano si poté fondere organicamente con i tratti “barbiani” della pedagogia di Gabriele Vacis, sulla presenza scenica e la parola, e del lavoro sul training fisico proposto da Maria Consagra. Bellissimo.) 

A scuola avevo risultati altalenanti. Il punto più basso dei primi tempi fu la mia interpretazione di Irina (Tre Sorelle, Checkov). Avevo insistito per fare quel ruolo nonostante il mio “fisic” fosse più quello di una Olga. Risultato: alla straziante battuta “A Mosca! A Mosca!” della mia Irina il pubblico esplose in una risata. Non bello, no. Il terzo anno fui proposta per la bocciatura perché in effetti ero stata un po’ pigra ma soprattutto perché non ero brava con la dizione. Pare che mi salvarono gli insegnati registi, tipo Vacis e Giampiero Solari. Ma non lo sapremo mai con certezza. Nell’ultimo anno ci furono tre incontri particolari per me che vorrei ricordare: Gigi dall’Aglio, con un workshop geniale sulla recitazione con suggeritore, Marco Paolini, con un lavoro ed uno spettacolo di gruppo sul teatro di narrazione ed il grande Eugenio Allegri che ci fece esplorare la Commedia dell’arte, utilizzando maschere e costumi del magazzino che fu in precedenza quello della scuola del Piccolo. Vorrei raccontare un particolare del mio incontro con Eugenio. Dopo averci fatto scoprire tutte le maschere e la tecnica base di commedia, ci disse che avremmo dovuto fare uno spettacolo aperto al pubblico e distribuì i ruoli. La nostra scuola era famosa per la preparazione atletica degli allievi e nella mia classe di recitazione c’erano attrici e attori molto abili nell’acrobatica. Io proprio no, in tutte le materie “atletiche” ero una schiappa e avevo un corpo dalle forme molto femminili. Dunque, nonostante tutto questo, Eugenio mi affidò il ruolo di arlecchino. Non ne ero contenta. Mi pareva al di sopra delle mie possibilità. Ricordo che al debutto in prima fila c’era Ottavia Piccolo, l’avevo vista prima di salire sul palco e volevo morire. Ovviamente andò tutto bene, aveva ragione Eugenio. Anima (o duende) batte iconografia (o clichè) 1 a 0. Questo fatto l’ho imparato così. 

Impossibile concludere questo capitolo de “la mia versione” dedicato ai quattro anni in Paolo Grassi. Gli anni della formazione sono per tutte e tutti così intensi e significativi che, nel ripensarli, ad ogni incontro degno di nota ne fa capolino un altro. Di certo si può dire che nell’apprendimento, come in tutte le cose della vita, la differenza sta nella qualità della relazione umana. Eppure proprio la qualità della relazione umana con i propri insegnanti è il dato meno citato nei curricula che scriviamo. Guarda caso… 


C’è un ultimo capitolo che io iscriverei al periodo della formazione. All’inizio, nei primi mesi a Milano, sentivo la nostalgia per quel teatro giocoso, libero ed irriverente che era stato il mio nutrimento fino ad allora. Sentivo che per “resistere” dovevo trovare un campo di gioco alternativo. All’epoca avevo già conosciuto i Match di Improvvisazione Teatrale. Si trattava di uno spettacolo-competizione, nato in Canada, tra due squadre di attori improvvisatori. Mi iscrissi ai corsi per amatori che si tenevano in un quartiere periferico. Respiravo e mi divertivo. Dopo un paio di mesi di lezioni mi ritrovai già a “giocare” una partita tra professionisti allestita nella pista del Rolling Stone di Milano, davanti a centinaia di persone. Ero abbastanza terrorizzata. Quando entrai nell’area di gioco, che nel match si chiama “patinoire”, tra musica e applausi, inciampai e caddi. Sembrava fatto apposta. Quelli furono i miei primi contributi Enpals, la mia prima assunzione come attrice professionista. Era il 1993. Non avrei potuto lavorare come attrice, la scuola non lo permetteva, pena l’espulsione, ma l’ho fatto lo stesso. Ricordo che una sera al Rolling Stone vidi tra il pubblico Giampiero Solari, che a scuola era uno dei docenti. Forse non mi ha riconosciuto, forse ha semplicemente approvato la mia scelta, sta di fatto che non fui denunciata. Da quel giorno, per circa un quinquennio, frequentai felicemente i workshops della Liit, la Lega Italiana Teatro d’Improvvisazione, e imparai tutto il possibile dalle attrici e dagli attori di quel gruppo di fenomeni pazzi. 


Nel 1997/98 si concluse il mio periodo di formazione, iniziato 9 anni prima, e si aprì la fase della famosa “gavetta”. È la fase in cui i giovani attori si mettono in gioco per esplorare ancora, conoscersi, mettersi alla prova, imparare dalla pratica. È una fase indispensabile e faticosa, piena di insidie (il mondo del teatro non sempre è abitato da cuori di panna), di facili esaltazioni e rapide sconfitte. Il mio istinto di sopravvivenza mi portò lontana dal teatro di prosa, dai provini e dai sogni di grandezza. Ripresi il mio percorso, dopo Milano, da dove si era interrotto. Tornai nel nord est, prima a Venezia e poi a Udine. Dopo vari spettacoli di commedia fu il turno del teatro contemporaneo, poche produzioni come caratterista, e poi, al giro di boa dei trent’anni, finalmente la mia strada si fece chiara e coerente. 

 
 
 

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